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Dati sulla spesa sociale: una fotografia del paese nel rapporto annuale dell'ISTAT

Pubblicato il 11/07/2014 - Letto 1818 volte
Il 28 maggio scorso, l'ISTAT ha presentato il Rapporto Annuale 2014. Emerge un ampio spaccato degli andamenti demografici, delle condizioni di vita delle famiglie e delle politiche di welfare. Per quel che ci interessa - e per ciò che è possibile fare sulla base delle statistiche ufficiali - abbiamo confrontato la spesa dell'Italia con quella degli altri paesi dell'UE nel settore della sicurezza sociale, e dei singoli Comuni in merito alle politiche sociali. Allarmanti i dati sui costi indiretti del welfare, totalmente a carico delle famiglie.

Parlare di dati sulla spesa sociale è sempre difficile: sia per l'argomento in sé, che rischia di essere una sfilza di dati e percentuali, sia - cosa più importante - per il tipo di informazione che si trasmette. Molto spesso, infatti, i dati sulla spesa, tratti dalle fonti statiche ufficiali, sono relativi ai meri "costi" di un servizio o di una prestazione, calcolati non sulla base dell'appropriatezza di questi rispetto alle esigenze delle persone che ne devono beneficiare, ma sulla base degli scostamenti tra il dato rilevato e il suo corrispettivo standard.

Generalmente, poi, i dati sulla spesa sociale di un paese o di un comune vengono raffrontati con quelli di altri paesi e/o comuni, creando delle sterili "classifiche" dalle quali poco si desume circa i presunti meriti del "vincitore".


L'approccio standard

Un esempio di approccio standard all'analisi dei dati è quello che è stato pubblicato a dicembre dello scorso anno dal Giornale dell'Umbria, in merito alla presunta "promozione" della Regione Umbria tra le regioni "virtuose" circa la spesa relativa ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) nell'anno 2010. A questo proposito, si legga l'articolo di Laura Partenzi «Livelli di assistenza, la luce è verde» [link a file in PDF] del 5 dicembre 2013.

Nell'articolo, che complessivamente elogiava il buon livello della Regione Umbria su questo tema, si diceva che l'unico "semaforo rosso" - ossia una valutazione negativa - riguardava la spesa per la disabilità: il dato, però, non riguardava la soddisfazione delle persone con disabilità o delle loro famiglie rispetto ai servizi erogati, ma la riduzione del numero di posti in strutture residenziali e semi-residenziali che erogano assistenza (calcolati sull'equivalenza in base alle giornate di assistenza erogate), confrontati con quelli della Regione Veneto che guidava la "classifica": 0,4 ogni 1.000 residenti contro l'1,06 del Veneto.

Al contempo, però, l'articolo precisa che, «in quanto ad assistenza, l'Umbria è pienamente promossa per numero dei posti in strutture residenziali per gli anziani»: in questo caso, 10,82 ogni 1.000 anziani residenti (dove il valore considerato statisticamente normale deve essere uguale o superiore allo 0,6%).

Dati di questo tipo non aiutano a comprendere né l'entità del fenomeno, né il beneficio vissuto dalle persone per il fatto di vivere in una regione che è in cima alla "classifica" citata dall'articolo: l'«assistenza» alle persone con disabilità, a quanto pare, è un indice la cui positività è limitata al numero (crescete o decrescente) di posti letto nelle strutture residenziali e semi-residenziali.


L'approccio sulla qualità di vita delle persone

Un altro tipo di approccio ai dati relativi alla spesa sociale nel nostro paese è quello che è stato fatto dagli esperti della FISH nazionale (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) in merito ai dati tratti dal Rapporto Annuale 2014 dell'ISTAT, presentato a Roma il 28 maggio scorso.

Nel quarto capitolo del Rapporto si affronta il tema delle «Tendenze demografiche e trasformazioni sociali. Nuove sfide per il sistema di welfare»: uno spaccato degli andamenti demografici, delle condizioni di vita delle famiglie e delle politiche di welfare del nostro Paese.

Gli esperti della FISH, nelle pagine dedicate sui portali Superando.it [link a sito esterno] e Condicio.it [link a sito esterno], hanno elaborato i dati ufficiali, ricostruendo lo stato dell'arte della spesa e degli interventi relativi alle politiche sulla disabilità e, per ciò che è stato possibile fare sulla base delle statistiche ufficiali, hanno cercato di immaginare la condizioni di vita delle persone con disabilità che, grazie a quella spesa - che sarebbe più opportuno definire «investimento» - riescono a condurre o meno una vita dignitosa.

Rimandando gli approfondimenti alla lettura delle due pagine indicate, si ritiene utile evidenziare alcuni punti che, spesso anche in queste pagine, sono stati al centro della nostra attenzione.

L'Italia e gli altri Stati europei nella spesa per la disabilità
Il Rapporto, come è di regola, confronta i dati della spesa sociale italiana con quelli degli altri paesi dell'Unione Europea. In questo caso, però, per non cadere in facili equivoci, è necessario fare un lavoro di scorporamento: questo tipo di investimento, infatti, è inglobato all'interno della voce «protezione sociale» (che comprende sanità, previdenza e assistenza). In questa voce l'Italia risulta settima (su 28 Stati) per il livello di spesa prodotta: calcolata sulla base del PIL (Prodotto Interno Lordo), infatti, la spesa dell'Italia è del 29,7%, valore che si colloca anche al di sopra della media europea (29%).

Un dato che, tradotto con troppa facilità, sta a significare: l'Italia «spende molto» nella protezione sociale. Ma la domanda è: spende molto per far cosa?

Per arrivare a capire quale sia il livello di investimento effettivo dell'Italia sulle varie voci di spesa della «protezione sociale» (tra cui la disabilità), tuttavia, è necessario tener conto delle singole componenti. Le singole componenti presentano forti disomogeneità che fanno oscillare il nostro paese dai primi agli ultimi posti. L'Italia, infatti, risulta:

  • il secondo paese per la spesa in pensioni di anzianità e vecchiaia: ossia, il 52% della spesa della voce «protezione sociale» viene investita in questo campo, contro una media europea del 39,9%;
  • al ventisettesimo posto, invece, per la voce «famiglia maternità e infanzia»: solo il 4,8% della voce «protezione sociale» viene investito in questo campo, contro una media europea dell'8%;
  • al venticinquesimo posto, infine, per la spesa destinata alle persone con disabilità: solo il 5,8% della voce «protezione sociale» viene speso in questo campo, a fronte del 7,7% della media europea.

Se andiamo ancora più nello specifico rispetto alla spesa destinata alle persone con disabilità, possiamo constatare che, per lo più, questa è caratterizzata da: pensioni di invalidità (genericamente intese), contributi per favorire l'inserimento lavorativo, servizi finalizzati all'assistenza e all'integrazione sociale e la spesa per le strutture residenziali. Quindi molti contributi di natura previdenziale e assistenziale e quasi nulla in merito a finanziamenti per aumentare la vita indipendente delle persone con disabilità.

Ora, se prendiamo il dato sopra analizzato e cerchiamo di capire quanto questo incida all'interno del nostro PIL, emerge anche la spesa per la disabilità "pesa" solo per l'1,7% del PIL.

Questi confronti dimostrano come lo stesso dato, se letto nelle varie prospettive, cambia radicalmente la "portata" politica degli investimenti pubblici: dire che l'Italia è settima in Europa per la spesa per la protezione sociale è un gran dato, ma - per ciò che riguarda la disabilità - se lo si raffronta con quello del PIL, il giudizio deve essere completamente ridimensionato.

La spesa per la disabilità tra i Comuni
Passando all'analisi del dato della spesa dei Comuni per gli interventi a favore di persone con disabilità e loro famiglie, si osserva un fenomeno particolare: sebbene l'ISTAT, rispetto all'anno precedente, rilevi una contrazione dell'1,4% della spesa sociale complessiva nei Comuni, la quota parte degli investimenti per la disabilità è aumentata: alla disabilità, infatti, viene destinato il 23,2% della spesa sociale comunale, superiore di poco a circa 1 miliardo e 630 milioni di Euro, per un valore di 2.886 Euro per abitante con disabilità.

Questa spesa, poi, è variabile tra le aree geografiche del nostro paese: il Centro e il Sud evidenziano la più bassa percentuale di spesa rivolta alle persone con disabilità sul totale della spesa sociale della ripartizione (con un valore rispettivamente del 19,5% e del 19,2%). E sono le Regioni del Sud a dichiarare la più bassa spesa per persona con disabilità (777 Euro), evidenziando una significativa distanza rispetto alle altre ripartizioni geografiche (dai 5.370 Euro del Nord-Est ai 3.045 Euro del Centro).

Andando nello specifico, i principali interventi e servizi erogati in favore delle persone con disabilità sono:

  • il sostegno socio-educativo scolastico, che assorbe il 19% della spesa;
  • i centri diurni e altre strutture a ciclo diurno, che incidono per il 20%;
  • le strutture residenziali, che assorbono il 16%;
  • l'assistenza domiciliare, che incide per il 14%.

Da notare che, a livello nazionale, la spesa comunale per l'assistenza domiciliare è di 233.579.636 Euro e che continua ad essere inferiore a quella destinata alle strutture residenziali (che è 264.224.520 Euro). A questa, poi, si deve aggiungere:

  • la compartecipazione alla spesa da parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie, che è di 51.629.262 Euro (per una compartecipazione media a persona pari a 2.326 Euro);
  • la compartecipazione alla spesa da parte del Servizio Sanitario Nazionale, che di 86.702.108 Euro.

È interessante notare che, dall'osservazione sulla ripartizione geografica, emergono modelli di intervento significativamente diversi: al Nord la spesa comunale in residenzialità risulta molto più elevata di quella per gli interventi domiciliari; al Centro, al Sud e nelle Isole si registra una distribuzione diametralmente opposta, a vantaggio della domiciliarità.


I costi per le famiglie

Poco sopra abbiamo accennato ai costi della compartecipazione da parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Nell'analisi condotta da Superando.it, viene approfondito anche questo argomento, troppo spesso taciuto dalle statistiche ufficiali che adoperano, come parametro ufficiale, solo il PIL nazionale.

I costi indiretti
I costi indiretti hanno una spiccata connotazione di genere: il lavoro di cura, infatti, è sostenuto prevalentemente dalle donne appartenenti al nucleo familiare (madri, moglie, sorelle, nuore, figlie, ecc.) che sono chiamate a prendersi cura dei propri familiari con disabilità.

Tralasciando - ma solo perché questo argomento meriterebbe ben altro spazio - le motivazioni culturali e sociali che, nel nostro paese, vede nelle componenti femminili della famiglia (ed esterne ad essa) le care-giver "privilegiate" per la cura di persone (uomini e donne) con disabilità, un fatto è certo: il costo indiretto di questo lavoro di cura incide sia in termini di salute delle donne care-giver (con costi non ancora pienamente indagati), sia, in caso di familiari, nella loro rinuncia totale o parziale ad un'attività lavorativa.

In merito a quest'ultimo dato, ad esempio, l'ISTAT rileva che, nella popolazione che ha un'età compresa tra i 25 e i 44 anni, il tasso di occupazione delle donne che si prendono cura di una persona malata o con disabilità è inferiore dell'8% a quello del resto della popolazione. Inoltre, tra le donne che hanno cura persone adulte o anziane con disabilità:

  • il 22% riferisce di lavorare part-time proprio perché i servizi e le strutture per la cura di persone con disabilità sono assenti o inadeguati;
  • il 15,5% dichiara la propria impossibilità a lavorare.

Costi diretti
Per quanto riguarda i costi diretti, Superando.it riporta varie stime che rilevano che il lavoro di cura privato pesa annualmente sulle famiglie per 9,8 miliardi di Euro.

Secondo l'ISTAT, nel 2011, quasi 2 milioni e 600 mila famiglie (il 10,4% del totale, ossia 1 su 10) si sono rivolte al mercato per acquistare servizi di collaborazione domestica, di assistenza personale a persone con disabilità e di baby sitting.

Il dato del 10,4% deve farci riflettere: significa che su 100 famiglie, ce ne sono novanta che non accedono al mercato per acquistare questi servizi; e questo non perché non ne abbiano bisogno o che non vorrebbero: il 27,9% delle famiglie, infatti, sarebbe interessata ad acquistare i servizi sul mercato, ma non lo fa per vari motivi tra cui, per il 21,2%, per motivi economici.

Quello che viene definito il «welfare informale» è un costo che grava quasi interamente sui bilanci familiari, visto che, a fronte di una spesa di 667 Euro al mese, solo il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico, che, tra l'altro, il più delle volte, si configura nell'indennità di accompagnamento (19,9%) e, a seguire, nelle detrazioni fiscali (9,4%).

Complessivamente, dai dati emerge che la spesa che le famiglie sostengono per la cura incide per il 29,5% sul reddito familiare, con la conseguenza che la maggioranza (56,4%) non riesce più a farvi fronte e ricorre ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi, pur di mantenere il collaboratore; il 20,2% ha intaccato i propri risparmi; addirittura il 2,8% delle famiglie si è dovuta indebitare.

È chiaro che l'assistenza e il lavoro di cura è talmente irrinunciabile (ben l'84,4% dichiara di non poterne fare a meno) che alcune famiglie (in media il 15,1%) hanno cominciato a considerare l'ipotesi che un membro delle stesse possa rinunciare al lavoro per "prendere il posto" del collaboratore.

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