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«Smart city», «Expo 2015» o semplice rispetto della legge?

Pubblicato il 31/01/2014 - Letto 1220 volte
In questo focus si parla di politiche urbane "smart" (intelligenti), ma non solo: dall'abbattimento delle barriere architettoniche in locali pubblici - ottenuto a suon di denunce -, alle segnalazioni via Twitter ai vigili urbani per segnalare parcheggi o rampe occupati abusivamente. Tre città molto diverse tra loro: Milano, Terni e Roma. In tutte e tre le città, la giustizia ha vinto sulla discriminazione. Ci si chiede, però, se il buon esito degli episodi sia stato legato ad Amministrazioni comunali che promuovono in maniera strategica l'inclusione perché la ritengono essenziale per una città "smart", oppure se semplicemente perché gli eventi obbligano a non fare brutte figure. Comunque al di là delle strategie "smart" è evidente a chiunque che sarebbe opportuno avere l'intelligenza di porsi l'obiettivo, immediato e concreto, del pieno rispetto della legge.

A Milano come a Terni: quando le denunce modificano lo stallo dell'inaccessibilità degli esercizi commerciali cittadini.

Accogliamo con piacere la notizia, pubblicata recentemente su Superando.it [link a sito esterno], che il Comune di Milano ha accolto la richiesta di sanzionare il locale denominato Magazzini Generali - nato nel 1995 all'interno di un complesso di magazzini dei primi del Novecento, serviti e raccordati alle Ferrovie dello Stato - a causa dei gradini all'ingresso che rendeva impossibile l'accesso a chi si muove in carrozzina o chi ha difficoltà a deambulare.

Così, lo scorso marzo, parte la denuncia: una ragazza con disabilità, alla quale era stato comunicato che i Magazzini Generali non presentavano barriere, si è invece trovata di fronte alla scelta di perdersi l'evento per il quale era andata lì, oppure di essere sollevata di peso dai buttafuori del locale per superare le scale presenti. Secondo i gestori, infatti, il superamento delle suddette barriere era garantito perché veniva effettuato dai buttafuori del locale che - con ben poca sicurezza per loro stessi e per gli altri - costituivano così una sorta di servo-scala "umano".

La ragazza, ovviamente, si è ribellata a questa non-soluzione e si è rivolta alla LEDHA (Lega Diritti delle Persone con Disabilità) che ha presentato istanza per la chiusura del locale. Questa richiesta - si legge nell'istanza redatta dall'Avvocato Gaetano De Luca del Servizio Legale della LEDHA - «trova le sue ragioni anche nel fatto che il titolare dei Magazzini Generali ha assunto una posizione intransigente, ritenendo che l'attuale sistema di accessibilità consenta di scongiurare l'addebito di condotte discriminanti».

Il punto contestato, infatti, non è la semplice presenza di una (l'ennesima) barriera architettonica, ma il fatto che tale barriera - non rimossa e non segnalata - ha costituito per la ragazza «un'inaccettabile discriminazione, vietata e sanzionata civilmente dalla normativa antidiscriminatoria italiana». L'Avvocato De Luca, infatti, si riferisce alla Legge n. 67 del 1 marzo 2006 [link a sito esterno].

A poco meno di un anno dall'episodio e dalla denuncia, il Comune di Milano ha sanzionato il locale con il pagamento di una multa di 516 Euro e con un periodo di chiusura di trenta giorni. La motivazione che hanno addotto i tecnici del capoluogo lombardo è la seguente: «il "servizio di sollevamento" messo in atto dai Magazzini Generali per consentire l'accesso alle persone con disabilità non può essere definito una metodologia per il superamento delle barriere architettoniche, ma, tutt'al più, una pratica estemporanea per sopperire a una situazione di emergenza, in ogni caso lesiva della dignità della persona […] e non tecnicamente idonea».

Non sono né i giorni di chiusura imposti al locale, né l'ammontare della multa contestata l'oggetto della nostra riflessione (così come per i legali della LEDHA), quanto piuttosto la conferma di un principio troppo spesso disatteso, e senza alcun motivo, che vede le persone con disabilità titolari di un diritto pieno ed esigibile a partecipare a qualsiasi evento culturale alla pari degli altri e che - come afferma l'Avvocato De Luca - «qualsiasi impedimento o limitazione a questo loro diritto costituisce una condotta discriminatoria che deve essere sanzionata dalla legge con la chiusura del locale e con la possibilità di chiedere il risarcimento dei danni subiti».

A Milano come a Terni, dicevamo all'inizio. Anche a Terni, infatti, un negozio del centro storico appartenente ad una nota catena internazionale ha subìto una sorte simile: l'ingresso della nuova sede in cui il negozio si era recentemente trasferito - in pieno Corso Tacito - presentava una barriera che impediva l'accesso a tante persone, a quelle in carrozzina, a quelle che deambulano con difficoltà, ai bambini, ai genitori con i passeggini dei figli e così via.

Anche in questo caso è scattata la denuncia da parte di un cittadino che si è visto negare il diritto ad entrare in quel negozio. È stata disposta la chiusura conseguente e la riapertura solo dopo debito adeguamento degli spazi.

L'accesso del locale è ora molto funzionale per tutti, ma è costato molto: alla persona con disabilità che, non solo è stata discriminata, ma ha dovuto fare ricorso; ai proprietari e gestori del negozio che hanno dovuto pagare sì le spese di adeguamento dell'ingresso (cosa che avrebbero dovuto sostenere comunque), ma anche le spese processuali, eventuali ammende, e il mancato guadagno per i giorni in cui il negozio è rimasto chiuso.

A chi giova tutto ciò? Probabilmente, nel nostro Paese, alcuni esercenti pensano che tra tanti esercizi commerciali non accessibili, le probabilità che venga sanzionato proprio il loro siano piuttosto basse. Ma, come abbiamo visto sia a Terni che a Milano, può capitare davvero a tutti.

A Milano, la capacità di riconoscere l'inefficacia degli attuali sistemi di controllo - o, semplicemente, il timore di fare una brutta figura in prossimità dell'Expo 2015 - dà certamente una buona spinta a far sì che il Comune si attivi per essere più efficacemente garante dei diritti dei cittadini, andando oltre il semplice compito di verifica degli adempimenti formali. A Terni - dove si parla di «smart city» (città intelligente) come prospettiva futura per il benessere dei cittadini ternani - sarebbe stato, come minimo, contraddittorio.

Ricordiamo, tuttavia, che per far rispettare la normativa prevista da due decenni in merito all'accessibilità e fruibilità degli edifici e luoghi pubblici non serve essere "smart", né aspettare l'Expo. Basta far applicare la legge ed investire le risorse pubbliche in interventi che, fin da subito, rispettino i diritti umani delle persone con disabilità!

Se, invece, volete un esempio di una politica urbana "smart" per segnalare abusi a danni di persone con disabilità, andate a Roma o leggete quanto scrive Gianluca Nicoletti su Redattoresociale.it [link a sito esterno] (di Nicoletti abbiamo pubblicato anche un'intervista in cui racconta il suo libro "Una notte ho sognato che parlavi"): un parcheggiatore "abusivo" vi ha occupato il posto riservato? Segnalate, tramite Twitter, la targa della sua auto e la via in cui siete al Comando dei vigili urbani della Capitale (tramite l'hashtag "@PLRomaCapitale") e, in tempo reale, vi arriverà la risposta che la vostra segnalazione è stata presa in considerazione e, dopo poco tempo, il malcapitato verrà multato a dovere!

Ecco, questo è realmente smart!

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